Tra
i poeti dialettali calabresi, sottoponiamo all’attenzione :
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Vincenzo
Ammirà (1821 – 1898)
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Sac. D.
Giuseppe Monteleone ( Data pubblicazione 1932)
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Luigi
Polistena (1910 – 1994)
I
Due parole sulla poesia dialettale
Nella
produzione letteraria in dialetto la poesia è il genere più coerente e
differenziato, e quello di cui esiste una più ampia produzione. Come
nella tradizione toscana classica, troviamo scrittori di rilievo ed
episodi storici e regionali di spicco. Secondo Carlo Dionisotti il
Quattrocento è un secolo privo di poesia, per quanto una certa crisi
della scrittura dialettale si manifesti anche nel periodo barocco, a cui
fa seguito un fiorire di opere soprattutto nell'Ottocento: si
tratterebbe di movimenti ciclici condizionati dalla circolazione
culturale o dalle chiusure municipalistiche, dal declino delle strutture
regionali e locali, o viceversa dall'apertura verso altre civiltà.
La fioritura o la crisi della poesia dialettale sono anch'esse connesse
con gli eventi politici e i movimenti culturali. Le grandi tradizioni di
poesia regionale risultano sì dalla presenza di dialetti letterari
precedenti, ma anche - anzi soprattutto - dalla natura del rapporto tra
lingua e dialetto, un rapporto complesso e in progressiva evoluzione
attraverso il tempo, lo spazio e la società. Sorprende infatti la
multiforme ricchezza della poesia dialettale: nonostante il chiaro
dominio della letteratura in toscano e della Toscana, sarebbe fuorviante
limitare il discorso alle somiglianze e differenze di una tradizione
rispetto all'altra. Si tratta invece di seguire il filone parallelo
della poesia dialettale, nei suoi episodi centrali e periferici, nel suo
intersecarsi con la tradizione dominante e anche nelle sue strade
originali da essa divergenti.
I.I
L'età d'oro della poesia dialettale
Le prime
tenui tracce della poesia in dialetto risalgono al Quattrocento, che
vede i versi religiosi sardi di Antonio Cano, e nel Veneto le liriche
amorose dell'umanista Leonardo Giustinian, i sonetti plurilingui di
Giorgio Sommariva e le proteste di Bartolomeo Cavàssico contro lo
sfruttamento dei contadini. In Lombardia i dotti umanisti Andrea Marone
e Lancino Curti scrivono sonetti, e il dialetto bergamasco inizia la sua
secolare tradizione di lingua rustica satirica. Si tratta di episodi che
precedono la prima grande fioritura del dialetto letterario avvenuta
all'inizio del Cinquecento in molte regioni italiane. La codificazione
linguistica ebbe per conseguenza la diglossia linguistica e culturale,
in cui i dialetti rappresentano la varietà soprattutto parlata e meno
prestigiosa del toscano letterario, e nel contempo conquistano uno
spazio nuovo per un'espressione letteraria alternativa. Nella loro
giovane età i dialetti letterari rappresentano il genere rustico e usano
la modalità del grottesco: la coscienza della diversità e la risorsa del
plurilinguismo ne fanno lo strumento del carnevale della lingua. La
distanza geografica e sociale dall'elegante toscano letterario trasforma
i dialetti in risorsa vigorosamente espressionistica e trasgressiva.
Il linguaggio della satira. Il lombardo Galeazzo Dagli Orzi fu tra i
primi poeti ad adoperare il dialetto come strumento satirico in La
massera da bé. Seguendo schemi ruzantiani, il poema mette in contrasto
il mondo rustico dei villani e il raffinato paesaggio urbano, provocando
il riso divertito. Simultaneamente La massera mette in rilievo le
condizioni penose dei poveri. Poesie satiriche furono composte anche dai
friulani Gerolamo Biancone e Morlupino, dal modenese Ipppolito Pincetti
e dal marchigiano Ottavio Ferri, probabilmente sulla scia dei poeti
veneti.
La satira si coniugò anche con la tradizione dell’imitazione e della
denigrazione della poesia
petrarchesca, in una produzione che spazia dalle liriche friulane
di Joseffo Strassoldo e di Gerolamo Sini alla grande quantità di
strambotti erotico-sessuali siciliani di Antonio Veneziano scritti per
Celia, una Laura siciliana. Sia Petrarca che il suo codificatore Bembo
offrono non di rado spunti per la stesura di testi antitoscani e
anticlassicistici; tra i più schietti e veementi sono quelli dei veneti
Giambattista Maganza e Maffio Venier.
La scrittura pluirilingue – una specie di “commedia dell’arte”
linguistica – trovò un terreno fecondo nelle zone geografiche
periferiche o nei punti d’incontro di culture diverse. Giovan Paolo
Lomazzo, teorico dell’arte milanese e tra i primi antalogisti della
poesia dialettale, scrisse versi plurilingui nella varietà dialettale di
Blenio, in bergamasco e in un bolognese ibrido. Girolamo Sini, grande
difensore del friulano, usò accanto a questa lingua anche il toscano e
il latino, mentre il suo coetaneo Giovan Battista Donato si provò da
vero poliglotta letterario in tutte queste lingue e ancora in veneziano,
bergamasco e siciliano.
Nel corso del Cinquecento si riscontrano anche sporadiche ed embrionali
voci di protesta sociale. Un po’ come Galeazzo Dagli Orzi, il musicista
e poeta napoletano Velardiniello compose una Farza de li massare in cui
i villani denunciavano la loro emarginazione sotto il dominio spagnolo;
il friulano Giovan Battista Donato accusò similmente l’avidità dei
ricchi come probabile fonte della propria miseria.
Il linguaggio barocco. Nel Seicento la sperimentazione plurilingue nella
poesia dialettale raggiunge uno fra i massimi livelli di virtuosismo,
valendosi di modalità inusitate e innovative rispetto alla tradizione
toscana. Vi sono accanto all’espressionismo anche aperture precoci verso
rappresentazioni realistiche nella poesia dialettale barocca.
Le regioni meridionali spiccano nella creatività barocca in particolare
nel genere eroico-comico. Il carattere burlesco di questa produzione si
coniuga con temi storici e sociali. La Vaiasseide e il Micco Passaro del
napoletano Giulio Cesare Cortese e, pochi decenni dopo, i poemi
romaneschi Il maggio romanesco di Giovanni Camillo Peresio, Il Meo
Patacca di Giuseppe Berneri, La Libbertà Romana di Benedetto Micheli,
presentano tutti ritratti coloriti della storia e del folklore locali.
Pressappoco nello stesso periodo del dotto napoletano Cortese, il fabbro
bolognese Giulio Cesare Croce inventò i racconti carnevaleschi e poetici
del personaggio popolare di Bertoldo come sfida alle istituzioni e
rovesciamento del dramma della storia.
Nell’età del comico e del trasgressivo spuntano alcune voci liriche
raffinate, come quella del genovese Gian Giacomo Cavalli, imitatore
petrarchesco nei versi del genovese Gian Giacomo Cavalli, imitatore
petrarchesco nei versi dolce-amari di Ra Citara Zeneise. Il poema
napoletano De la tiorba a taccone di Felippo Sgruttendio segue invece
una linea petrarchesca di tipo caricaturale. Simultaneamente si fa
strada la poesia licenziosa che costituirà un filone di rilievo nella
tradizione dialettale. I testi libidinosi di Fabio Varese rimasero a
lungo inediti, come anche quelli del friulano Eusebio Stella.
Nell’ambito della poesia calabrese d’impegno politico-sociale, Domenico
Piro si scagliò con molto coraggio in La cazzeide e in La cunneide
contro l’ipocrisia religiosa e l’inquisizione, e in
Sicilia Paolo Maura smascherò la corruzione sociale con il poema
realistico La pigghiata.
Verso il linguaggio del realismo. Il secolo dell’Illuminismo non
produsse una grande poesia dialettale, se si eccettua la lirica arcadica
del siciliano Meli, cantore della natura e della pace, e ironico
ritrattista delle debolezze e dei vizi umani tramite la favola
animalesca, un genere che ebbe un grande sviluppo sin da La Fontanine ed
è notevolmente importante nella letteratura dialettale. Troviamo così a
Napoli favole con un’ispirazione simile, tra cui La Ciucceide di Niccolò
Lombardo. In Sardegna, i poeti sassaresi Gavino Pes e Gian Piero Cubeddu
seguirono nei loro versi i poeti dell’Arcadia.
Il filone dialettale più originale di questo secolo è costituito da
quello della satira politica che aprirà la strada ai capolavori del
Romanticismo. La severa condanna del dominio straniero e
dell’istituzione feudale annuncia così le trasformazioni imminenti della
società. Se ne notano i primi spunti a metà secolo nella poesia
patriottica ligure di Stefano De Franchi e nelle opere milanesi di Carlo
Antonio Tanzi e Domenico Balestrieri, ambedue membri, insieme al Parini,
della Accademia dei Trasformati. Negli anni della Rivoluzione francese
la satira politica si fece più violenta: nella terra sarda gli inni alla
rivoluzione di Francesco Antonio Mannu sono diretti contro la
sfruttamento a opera piemontese, e in Piemonte il poeta Edoardo Calvo
lanciò denuncie appassionate contro la tirannia, l’ipocrisia del clero,
la superstizione e il ceto aristocratico in nome della nuova libertà e
indipendenza. Mentre i poeti sardi Pietro Pisurzi, Diego Mele e
Melchiorre Murenu simpatizzarono con i poveri,
deplorandone la sorte, il siciliano Domenico Tempio, noto per la sua
produzione spregiudicatamente licenziosa, evocò in La Caristia la
rivolta popolare del 1798 a Catania.
L’interesse per la cultura popolare e il folklore diede una spinta
vigorosa alla poesia dialettale nell’età romantica. Milano fu uno dei
massimi centri culturali e il luogo delle creazioni di Carlo Porta, uno
dei capostipiti della poesia dialettale. Le sue lunghe novelle satiriche
criticarono le potenze straniere in Italia e l’istituzione della Chiesa,
e beffarono la classe aristocratica, tutte forze che si rivelavano come
promotrici dell’ingiustizia sociale e della violenza contro le classi
più umili. I capolavori del Porta offrono un ritratto illuminato e
appassionato della condizione umana in senso universale, al di là
dell’ambito della città e del tempo del poeta. E’ una poesia di
ispirazione europea che apre la strada al dialetto come linguaggio
autentico della realtà in quanto è scritta in una lingua usata con
evidenti sfumature che connotano l’intera gamma sociale milanese.
Le voci della protesta iniziano ad alzarsi anche nelle altre regioni
della penisola. Nel poema realistico calabrese La Ceceide il poeta
rivoluzionario Vincenzo Ammirà cantò i pregi della vita carnale della
prostituta Cecia, mentre il suo coetaneo Bruno Pelaggi produsse un
manifesto sociale “arrabbiato” in nome dell’uguaglianza tra gli uomini.
Voci politiche meno vigorose si avvertono nel piemontese Brofferio e nei
poeti umbri e marchigiani Torelli, Dell’Uomo, Tamanti, Mancioli,
rispettivamente oppositori o fautori dell’unificazione italiana.
Un altro poeta dialettale maggiore dell’Ottocento, Giuseppe Gioacchino
Belli, compose una mole imponente di sonetti romaneschi,
un magnifico ritratto della vita a Roma sotto il dominio tirannico di
papa Gregorio XVI. Il “monumento alla plebe” illustra la corruzione
politica, il bigottismo religioso e la divisione delle classi sociali. I
grandiosi sonetti, scritti nella lingua del ceto sociale basso, sono
nello stesso tempo rassegnati e ironici e riflettono un sostanziale
pessimismo istrionico assente dalla poesia del Porta.
I dialetti poetici del secondo Ottocento tendono maggiormente
all’ispirazione lirica – basti pensare ai pugliesi De Dominicis e Caputo,
al sardo Mereu, e soprattutto alle raffinatissime e stilisticamente
innovative canzoni napoletane sull’amore e il dolore di Salvatore Di
Giacomo. La lirica digiacominiana, molto celebrata da Benedetto Croce,
diventò ben presto un classico modello lirico, imitato sia da poeti
napoletani come Bovio, Russo e Murolo, che da quelli delle regioni
vicine.
Tramonto e rinnovamento: verso il nuovo linguaggio della poesia. La
progressiva diffusione attraverso la società italiana dell’italiano
standard è accompagnata da una nuova funzione dei dialetti letterari
novecenteschi. In seguito all’opposizione al loro uso nell’era fascista,
i dialetti vengono riscoperti nel dopoguerra. Di fronte a un generale
declino iniziato all’incirca negli anni sessanta dei dialetti come
varietà parlate in contesti sociolinguistici nuovi, in cui l’italiano
come varietà prestigiosa fa passi giganteschi, si apre viceversa un più
largo spazio proprio ai dialetti letterari: infatti nei decenni più
recenti, mentre si restringono le leve dei dialettofoni, sono spesso i
dialetti, non l’italiano, a offrire modalità espressive originali
e inedite e a trasformarsi così in linguaggi poetici. A parte qualche
raro caso, nel secondo Novecento i poeti non ricorrono più ai dialetti
tradizionali e ormai italianizzati delle grandi città come Milano,
Venezia, Roma o Napoli, bensì alle parlate verginali di paesi remoti
della periferia prive di antecedenti letterari. Il revival della poesia
dialettale degli anni più recenti e la vitalità della produzione anche
nel primo Novecento, documentata bene dall’antologia di Paolini e
Dell’Arco La poesia dialettale del Novecento (1952; ristampa 1995),
codificano il nostro secolo come uno seri periodi più fecondi per la
poesia dialettale: si tratta di un recupero letterario che si potrebbe
forse spiegare con un tendenziale ennui inconscio nei confronti del peso
storico della lingua letteraria con la sua tradizione ininterrotta di
sette secoli, ma anche con la crescente consapevolezza dell’evoluzione
linguistica dei dialetti nella forma e nell’uso, e con un vago senso
traumatico della loro “fine” imminente. Il poeta romagnolo Tonino Guerra
parlò a questo proposito della futura necessità di grammatiche e
dizionari per poter frequentare la poesia dialettale, un po’ com’è d’uso
nelle letterature d’oil e d’oc.
HERMANN W. HALLER, "La festa delle lingue - la letteratura
dialettale in Italia", ed. Carocci, pp. 360, euro 22,00
Hermann W. Haller è professore di Lingua e letteratura italiana e
direttore di Dipartimento al Queens College della City University di New
York. E' uno dei principali studiosi della tradizione dialettale
italiana e dei problemi linguistici dell'emigrazione italiana
all'estero.