La Calabria vista con gli occhi di cronisti d’eccezione (Dal 1777 al 1816)

 

Henry Swinburne  (1743 – 1803; Eminente diplomatico inglese ed appassionato cronista di viaggi, molto in voga, a suo tempo, in quella aristocrazia europea. I racconti sono del 1777)

Claude Dundas ( Luogotenente del 62° reggimento di S.M. Britannica, aiutante di campo di Sir. Giovanni Stuart, comandante del corpo inglese inviato ad aiutare i Borboni contro i francesi, sul cui trono di Napoli v’era Giuseppe Bonaparte- Gli episodi sono  databili nel 1806.)

Duret De Tavel (Una raccolta epistolare dell’ufficiale francese, aiutante maggiore del suo battaglione, al padre. In questo caso la datazione è precisissima: dal 20/11/1807 al 19/10/1810)

 

La Calabria nella seconda metà del ‘700

        La Calabria ancora alla metà del ‘700 era “terra selvaggia”  e sconosciuta, esclusa da ogni itinerario scientifico-esplorativo, commerciale e naturalmente tu­ristico.

           La via usata per venire al Sud era quella maritti­ma a preferenza di quella terrestre che offriva difficol­tà

 di ogni genere.

Del resto la mancanza di cognizioni sul Regno del­le Due Sicilie da parte dei viaggiatori e degli stessi governanti non si limitava alla sola Calabria ma, pur con qualche lieve differenza, si estendeva a tutto il

ter­ritorio continentale ed isolano a sud di Napoli come la­mentavano vivamente gli illuministi dell’estremo

meri­dione specie per i riflessi negativi che questo determi­nava sull’amministrazione dello Stato.

Se tutto il regno di Napoli — scriveva ad esem­pio Domenico Grimaldi 1) intorno il 1780 —

consistesse nella sola capitale e di lei vicinanze, al certo che di que­sti luoghi il governo avrebbe cognizioni bastanti per regolarne l’amministrazione; ma si tratta che toltone Napoli, e pochi

miglia all’intorno, il resto del regno è, per così dire, ignoto per quelli oggetti che più interes­sano

la pubblica felicità. Noi non abbiamo sopra lo stato presente delle nostre provincie che notizie

gene­rali, confuse ed inesatte... Per avere qualche piccolo lume, bisogna ricorrere alli scrittori

stranieri, ed in mez­zo alle impertinenze e buggie, che scrivono sopra lo sta­to del regno, leggere

qualche notizia indigesta sopra le nostre produzioni intorno alle nostre arti, finanze e com­mercio..

Se il vero stato del regno fosse conosciuto, il governo avrebbe altro campo ed altre facoltà per

impie­gare le sue provvide cure alla gloria ed alla felicità della nazione.

Sono considerazioni espresse quando ancora il Gri­maldi era ottimista e disponibile verso il buon go­verno dei Borboni; negli anni "felici ” di lunga pace e di ardite speranze. Non vi era certamente alcun con­creto e

legittimo motivo di ottimismo in una obiettiva situazione di sottosviluppo e di crisi cronica nella qua­le versava

 specie la Calabria. Ma, tant’è, in ogni con­dizione di infelicità permanente ci sono fasi di maggio­re e di mino-

re disperazione.

Gli illuministi meridionali in questi anni si rivolgevano tutti con fiducia allo stato perché ponesse mano

 ad adeguate riforme, poiché non c’era molto da sperare dal privati che spesso non avevano adeguate risorse,

 quasi sempre mancavano di volontà e non erano cer­to incoraggiati dalle leggi antiquate e farraginose 2.

          In effetti il Regno delle Due Sicilie dal 1734, da quan­do cioè era passato sotto i Borboni, fino alla fine

del se­colo visse un periodo di relativa pace, ed intorno al 1780 sembrò che le richieste dei riformatori trovas-

sero accoglienza favorevole.

La stessa Calabria, pur nel suo isolamento ed ab­bandono, attraversava un periodo di tregua dalle inva­-

sioni barbaresche che l’avevano tormentata nel passato e soprattutto dai terremoti che nei secoli precedenti l’avevano tante volte devastata e spopolata.

C’era peraltro qualche speranza che i Borboni, do­tati certamente di buoni propositi, avviassero una

poli­tica di interventi concreti ed organici. Ed a tal riguardo anche gli illuministi calabresi non mancavano di

fare continue pressanti sollecitazioni.

Ma non bastava certo un periodo di relativa tregua per risollevare una regione afflitta da mali endemici

 che lunghi secoli bui, specie dal XII in poi, avevano aggra­vato sempre più. Né le speranze di intervento da

parte del governo prendevano di anno in anno vera consisten­za. La Calabria nel contesto del regno rappre-

sentava certamente la regione più sconosciuta, malridotta ed ab­bandonata.

Il Grimaldi perciò, pur qualificando "felice" la po­litica dei Borboni, rimprovera vibratamente che essa

ignora la promozione dell’agricoltura ed è ristretta al­la sola Capitale, mentre la situazione economica e

so­ciale dell’estrema regione continentale del Regno si va degradando specie in seguito alla terribile carestia

del 1764 3).

Le misere condizioni della Calabria erano anche determinate dall’assoluto disinteresse del baronaggio

che risiedeva d’abitudine nella lontana Capitale del regno verso la quale per altro migravano le più vili delle

forze intellettuali della regione in cerca di più ampio spazio culturale e di attività più remunerativa.

« Sola la Calabria giace nella vera inerzia » tuona ancora il Grimaldi rilevando, fra l’altro, il grave

feno­meno dell’emigrazione intellettuale causata appunto da quell’inerzia.

« Le province, o almeno la Calabria, malgrado l’u­niformità delle leggi, e saviezza e tranquillità del

gover­no, è mancantissima di popolazione; le arti e l’economia campestre si risentono tuttavia, come

osservai, dell’an­tica barbarie, e tanti felici talenti non trovando dove applicarsi, corrono ad inondare il

foro di Napoli,ad eter­nare le liti, ed a vieppiù accrescere l’ignavia e miseria 4della provincia »

Malgrado l’ottimismo di fondo degli illuministi, la situazione della regione era venuta degradandosi nei

 secoli tanto da imporre terapie radicali che i Borboni non erano certo in grado di praticare. Le molteplici

do­minazioni straniere le avevano fatto toccare il fondo nel XVII secolo, quando alle vessazioni del dominio

 spa­gnolo si unirono, per complesse e non casuali conver­genze, il banditismo, gli assalti barbareschi alle

coste, le pestilenze, le carestie ed i cataclismi naturali.

In circa ottanta anni, dai 1561 al 1737, la popolazione calabrese, così provata, scese di oltre il 30% 5)

Le coste, vivi centri di civiltà al tempo della Magna Grecia, a poco a poco abbandonate dagli abitanti furono

 per lo più in­vase dagli acquitrini e dalla malaria, mentre i terreni collinari e pedemontani, soggetti a conti-

nue alluvioni e non adeguatamente coltivati, offrivano una misera resa produttiva. D’altra parte gli insedi-

amenti umani, già costituitisi per motivi di sicurezza sulle colline in luo­ghi in genere non accessibili, consen-

tivano soltanto una forma primitiva di economia agricolo-pastorale. Ogni attività commerciale era assente

 anche per l’assoluta mancanza di vie di comunicazione. L’unica strada che attraversava la regione (quella consolare romana fatta costruire da Anneus Rufus nel 128 a. C. da Napoli a Reggio e chiamata Popilia o

Annea) alla fine del 1700 ora ridotta quasi una mulattiera.

          Il grande baronaggio, colpito dalla grave crisi del secolo precedente, si presentava notevolmente

indebo­lito anche se non ancora deteneva la quasi totalità delle ter­re. Le grandi casate dei Filomarino, dei

Ruff o, dei Pi­gnatelli, dei Sanseverino reggevano ancora, ma non e­rano in grado di impedire l’avanzata e l’inserimento nel sistema di un nuovo ceto borghese di origine terrie­ra e professionale che in seguito ebbe

un peso conside­revole nella storia della regione. Questo ceto nel ‘700 non realizzò certamente una autonoma

ed. individuata struttura (non la realizzò pienamente neppure in segui­to), ma da esso partirono i primi vaghi

fremiti e le sole idee di un certo rinnovamento.

In sostanza però il protagonista della storia cala­brese rimaneva ancora nel sec. XVIII il baronaggio

che, sebbene in crisi, riusciva quasi sempre vittorioso nella lotta con la monarchia borbonica.

Le conseguenze negative della crisi economica e di quella del baronaggio ricadevano in gran parte sulle

plebi contadine che vivevano in una squallida condi­zione di miseria e di ignoranza. Lo stesso inserimento

della nuova borghesia nelle attività agricole e commer­ciali mieteva vittime nel campo dei lavoratori, specie in

quelli molto numerosi dell’artigianato che subì una gravissima crisi. Le industrie, anche tradizionalmente

attive come quella della seta, continuarono a decadere.

Insomma le condizioni reali della Calabria nel ‘700 erano veramente tristi.

Gli elementi positivi in tale situazione — relativa tranquillità, disponibilità di validi intellettuali a

 collabo­rare con il governo, timido costituirsi di una borghesia terriera agevolata dalla politica antibaronale

dei Bor­boni, tregua dai sismi — non erano certo molti; ma nella situazione generale in cui versava la regione

erano tali da giustificare ancora qualche fiducia in una pos­sibile e progressiva ripresa.

Intellettuali locali, visitatori italiani e soprattutto stranieri sono tutti concordi in questi anni che con

una politica oculata si possono realizzare risultati notevo­lissimi puntando su due elementi incontestabili:

le qua­lità di ingegno e di laboriosità dei Calabresi e la pro­duttività della terra in relazione alla bontà del

clima.

Il primo problema fondamentale è di eliminare la grave piaga dell’ingiustizia sociale, il secondo

(stretta­mente connesso al primo) è di programmare con adegua­ti interventi l’ammodernamento e lo sviluppo dell’agri­coltura.

               “Siccome — concludeva il Grimaldi — sono visibi­li i danni e le perdite che nel più bel paese

d’Italia vengono cagionati dalla sola ignoranza ed indolenza nazionale, così trovandosi dei mezzi

pronti e facili co­me l’incoraggiare la nazione e di farle conoscere i suoi veri in lei nascosti tesori, potrà

la provincia nello spa­zio di pochi anni sperimentare una felice rivoluzione nel trovarsi accresciuta di populazione, di coltura, d’in­dustria e di commercio " 6

Ma proprio mentre sembrava che si stessero ponen­do le basi per avviare ad una fase positiva la

dimenticata Calabria, sopravvenne il terribile terremoto del 1783 che degradò ulteriormente ed in modo

quasi irreversi­bile le condizioni di gran parte della regione. 7

Si ebbe un pronto e concreto intervento del go­verno centrale, ma necessariamente rivolto solo all’e­mer-

genza ed al parziale risanamento; oioè di segno molto diverso da quello che si era invocato prima del sisma.

Sicché per la Calabria si apri una fase nuova di miseria e di lutti che culminò nell’età napoleonica se­guita da saccheggi e da repressioni da parte di brigan­ti e di eserciti.

Ai primi dell’800 la regione si presentava più che mai come una squallida « isola » nell’interno stesso

del Re­gno delle Due Sicilie tanto da fare esclamare ad un viaggiatore francese: “Quando si pensa che la

Magna Grecia è stato uno dei paesi del mondo più popolato e civilizzato e fertile, è impossibile non deplorare

il destino di queste contrade così belle, condannate da tanti secoli ad un graduale continuo deperimento, sino

a divenire terre mefitiche. I fiumi rendono ancora più desolati i campi che inondano, e quando rientrano nel

loro letto lasciano gore e paludi che infettano gran parte del paese e costringono gli abitanti ad abbando­nare

i loro antichi stanziamenti”  8

 

Viaggiatori stranieri . in Calabria nella seconda metà. del ‘700

 

Dalla metà del XVII secolo si acquisisce in Europa l’abitudine al grand tour continentale destinato

all’e­ducazione umanistica specie dei giovani dell’aristocra­zia inglese.

          In tale tour l’Italia aveva parte rilevante; tuttavia al Mezzogiorno erano riservate in genere non

più di due settimane generalmente impiegate nella visita di Napoli e dei dintorni. Quasi nessuno si avven-

turava a Sud di Napoli e tanto meno in Calabria che perciò pri­ma della seconda metà del XVIII secolo era

si può dire completamente sconosciuta all’Europa.

I motivi della indisponibiità dei viaggiatori a vi­sitare l’estrema regione continentale d’Italia erano

am­piamente giustificati dalla sua inaccessibiità per la man­canza di strade e per i pericoli e le difficoltà di

vario genere. Le informazioni che a riguardo ricevevano i viaggiatori anche più avventurosi che partivano

da Na­poli verso il Sud erano tali da scoraggiarli a seguire la via di terra.

Così ad esempio, il Brydone nel 1770, spinto a vi­sitare il Sud della Sicilia proprio da Wllliam Hamilton

e dalla moglie che l’anno precedente avevano compiu­to un « entusiasmante » viaggio nell’isola (toccando

an­che dai mare la Calabria), venne dissuaso dagli stessi suoi amici dal suo proposito di raggiungere l’isola at­traversando la Calabria.

Abbiamo appreso che i briganti della Calabria e delle Puglie rappresentano un pericolo così grave,

gli alloggi sono così miseri e gli inconvenienti di ogni genere così numerosi ... che abbiamo rinunciato ben

presto a quell piano » 9

“Anche il mineralogista svedese Ferber, che visitò la Calabria nel 1772, scriveva: “ Le strade poco

 sicure, cat­tive e senza alberghi fanno passare ai curiosi il deside­rio di vedere questo paese10

Nello stesso anno un anonimo inglese rilevava co­me la regione fosse isolata dal resto del mondo per

cui i calabresi erano « brutali e selvaggi » e si comportava­no come « tremendi assassini » 11

C’era di che scoraggiare il più audace dei viaggia­tori, e particolare merito bisogna riconoscere a quelli

che, nonostante queste informazioni, si decidevano a visitare la Calabria.

Qualche anno prima del Ferber vi era venuto nel 1767 il tedesco Riedesel, spinto però da interessi

archeologici. Riedesel infatti apparteneva a quella schiera di intellet­tuali di tendenza neoclassica la quale

nella seconda metà del XVIII secolo si .era diffusa in Europa e particolarmente in Germania e che aveva

come rappresentante tipico il Winckelmann non per nulla amico dello stesso Riedesel del quale (nei propositi) avrebbe dovuto essere compa­gno di viaggio nella Magna Grecia.

Riedesel rappresentava un tipo di viaggiatore nuo­vo e diverso sia rispetto a quello del naturalista che

in genere aveva dominato fino alla metà del ‘700, sia a quello dell’illuminista enciclopedistico del grand

tour. Per lui il viaggio era un’avventura dello spirito per ritrovare le vestigia del mondo classico da rivivere

come ideale di pura ed incontaminata bellezza.

Egli venne in Calabria con l’ansia perfino ingenua di ritrovare le testimonianze del grande passato e

per­ciò toccò solo i centri della civiltà della Magna Grecia. A Reggio però, oltre a qualche iscrizione antica

malde­stramente murata capovolta, non trova altro segno del passato; ed allora si dirige via mare a Gerace

dove non rileva alcunché di interessante escluso qualche rudere in superficie; quindi, dopo una breve

diversione all’in­terno, si ferma a Crotone dove con viva delusione an­nota di aver cercata senza trovarla la

« cosidetta scuo­la di Pitagora ». Infine, sempre più deluso, tocca Sibari rilevando l’assenza di ogni

testimonianza antica.

Al motivo scoraggiante della impraticabiità e del­la pericolosità delle strade della Calabria si aggiunge­va, con la pubblicazione del diaro di Riedesel, quello dell’assenza di testimonianze della antica civiltà greco­romana.

La nutrita schiera dei neoclassistici veniva co­sì ulteriormente dissuasa dal viaggio in Calabria; e non

meraviglia certo che il Goethe, che viaggiava col libro di Riedesel <sul petto », abbia nel 1787 « saltato » la

Calabria e ne abbia solo da lontano, fugacemente e con una certa antipatia, guardato le coste trovandole

poco attraenti ».

Insomma divenivano sempre più numerosi e gravi i motivi che escludevano la Calabria dagli itinerari

dei viaggiatori nel Sud e che creavano una immagine sem­pre più selvaggia » e ripugnante della regione e dei

suoi abitanti.

"Mancava alla Calabria, oltre al richiamo di un aspetto classicamente artistico, anche quello di un vol­to attraente di città e di paesi che i terremoti, dall’età classica in poi, non avevano risparmiato, cancellandone

quasi completamente il carattere urbanistico venu­to su nell’età aragonese e nella spagnola con architet­ture

di gusto rinascimentale e barocco. Era anche man­cata alla Calabria la formazione di grossi centri di vi­ta

signorile e di cultura, quali aveva la Sicilia in Paler­mo e Catania, città regali o di rappresentanza regale,

fastose ed accoglienti nelle case della loro aristocrazia spesso intenditrice e collezionista di arte.

Specialmente dal terremoto del 1638 in poi la Calabria s’era immise­rita e inselvatichita racchiudendosi nelle

sue piccole città appollaiate sui monti o sulle rupi dei suoi mari deserti, nei suoi paesi senza strade, lontani e

sperduti » 12

Né valse molto a recuperare buona ”fama”  alla re­gione la « scoperta » di una Calabria affascinante,

poten­zialmente ricca, nobile di storia e di tradizioni, umana ed infelice che seppero fare due viaggiatori di

naziona­lità e cultura diversa i quali la percorsero quasi nello stesso periodo: l’inglese Swinburne (1777-’78)

ed il fran­cese Saint Non (1778). Costoro, insieme al naturalista ita­liano Fortis (1780), furono gli ultimi

viaggiatori che visi­tarono la Calabria prima del tremendo terremoto del 1783.

Quando sembrava che si aprisse anche per questa regione una prospettiva nuova anche riguardo alla

 sua frequentazione da parte dei viaggiatori stranieri, il terri­bile sisma venne a troncare ogni speranza.

Il terremoto determinò, per la prima volta, un vivo e diffuso interesse verso la Calabria, ma per motivi

ben diversi da quelli che si intravedevano nelle indicazioni di Swinburne o di Saint Non.

L’interesse fu puramente scientifico e spinse a scen­dere in Calabria un gran numero di studiosi che

stila­rono relazioni più o meno tecniche che hanno come te­ma unico ed esclusivo il sisma.

Si fece così un gran parlare di questa infelice regio­ne. Ne parlò il Cardinale Antonio Despuig 14) che

in viag­gio per mare da Napoli in Sicilia fu sorpreso dal terre­moto il 5 febbraio mentre faceva tappa nel porto

di Tro­pea; ne parlò con una drammatica vivacità l’ambascia­tore inglese a Napoli William Hamilton 15) ne

scrisse un’in­teressante memoria Déodat De Dolomieu 16) scienziato francese, che trascorse in Calabria i

mesi di febbraio e marzo del 1784 e rimase colpito, fra l’altro, dalla ferti­lità e dalla ricchezza della regione.

Insomma la Calabria era salita agli onori della cronaca europea ma non certo per motivi che potevano

attrarre quei viaggiatori che, verso la fine del secolo, era no sempre più portati ad una diffusa sensibilità

neoclas­sica e romantica.

La Calabria era un enorme ammasso di macerie e la sua popolazione sempre più ridotta in miseria e

ri­cacciata verso una condizione primitiva e selvaggia.

Si fa presto a rifiutare perentoriamente, perché "ten­densiosa ed intimamente reazionaria” ogni

interpre­tazione storiografica del Mezzogiorno di quegli anni co­me avulso dalla storia del progresso civile,

come “iso­la” di una civiltà contadina immobile passiva ed astori­ca 17 Senza, ovviamente, misconoscere la

“storicità " intrinseca della vita dell’uomo in qualunque latitudine, tempo e condizione viva, e senza peraltro

negare che spesso l’isolamento del Sud è stato oggetto di ipotesi sto­riografiche mistificatrici sollecitate da

interessi politici, non ci sembra possibile non riconoscere, specie per quan­to attiene alla Calabria dei sec.

XVII. e XVIII, una sven­turata condizione di solitudine e di "assenza , di mi­seria e di immobilità che finiva

per ridurre quasi a li­vello di impercettibilità l’immancabile rapporto dialet­tico tra gli uomini e le civiltà

I pochi viaggiatori che si avventurano in Calabria nell’ultimo quindicennio del ‘700, mentre

continuano ad inneggiare alla fertilità della terra ed alla bontà della natura, riportano un’impressione

sconfortante per quan­to riguarda la condizione umana degli abitanti che " la miseria.., ed il giogo inumano

hanno reso ladri e predo­ni "18  È questo un giudizio pieno peraltro di comprensio­ne storica ed umana di un

giovane tedesco poco più che ventenne che, pervaso dallo spirito dello "Sturm und Drang”, visita il Regno

delle Due Sicilie nello stes­so periodo del coetaneo Bartels. Quest’ultimo, di ingegno e di sensibilità più

penetranti, comprende meglio dell’a­mico il dramma ecologico e civile del Sud d’Italia e scri­ve un’opera

19 che nel suo intento (di uomo di esclusivi interessi politici) dovrebbe scuotere l’Europa ignorante ed

indifferente a questa tragedia umana. Il cliché di una regione fertile, bella ma povera e selvaggia si ripete

pun­tualmente fino alla monotonia mentre diviene sempre più emergente il tema del banditismo. Questo non

era mai mancato alla attenzione dei viaggiatori degli anni precedenti; ma dall’ultimo decennio del secolo in

poi diviene preponderante e spesso ossessivo.

Tale è ad esempio nel diario dell’inglese Brian Hill che, provenendo dalla Sicilia, attraversa nel 1791 la

Ca­labria seguendo la via Popilia con la costante paura di finire vittima dei ”banditti”. Attraverso le sue note

si può pienamente intendere quale tipo di informazione ve­niva offerta in quegli anni all’Europa sulla

Calabria.

« La Calabria, regione che... per il clima e la ferti­lità e che per i suoi panorami magnifici, foreste di

immensi castagni, imponenti querce... forse supera tut­ te le altre, non offre alcuna comodità di sorta al

 viag­giatore ». Questi anzi va incontro a gravi pericoli e di­sagi “specialmente a causa delle bande di

« banditti »che sono considerevolmente aumentate e divenute an­cora più disperate dopo il terribile terremoto

del 1783, a tal punto che anche i baroni del luogo non osano allontanarsi per più di mezzo miglio dalle loro

abita­zioni senza essere accompagnati da guardie armate »20)

E quando Hill lascia la Calabria, che pur per mol­ti versi lo ha affascinato, non può fare a meno di

trarre un sospiro di sollievo. « Stiamo ora lasciando le due Calabrie così famose per i disperati banditi che

le po­polano e sicuramente la più selvaggia regione in tutta Europa. Tutti i viaggiatori che abbiamo

incontrato era­no armati e i contadini camminavano in gruppo por­tando i fucili sulle spalle... Tutto ciò

che avrebbe potu­to accadere mi convince, che la Divina Provvidenza ci ha assistito in ogni passo e ci ha reso consapevoli: della-grandezza dei pericoli cui andavamo incontro, cosicché potessimo essere ancor più grati

per esserne stati li­berati 21.

L’Europa acquisiva così un quadro cupo e truce del­la Calabria che l’avventura napoleonica avrebbe

reso più fosco. La nutrita diaristica degli ufficiali parteci­panti ai primi dell'800 alle campagne militari

francesi nel Sud osserverà infatti la Calabria con l’ottica par­ticolare dell’invasore armato e la presenterà

« come una piccola Spagna leggittimista e ferocemente ostile allo straniero, un paese fanatico e triste dai

costumi pri­mitivamente strani e pittorescamente selvatici. Calabria:paese di briganti »

Lo spirito avventuroso dei militari, lo stile episto­lare e non di rado romanzesco, il loro prevalente

 atteg­giamento di animosità verso quella popolazione chiusa ed ostile finiranno per completare la diffusa convinzione di una Calabria terra impraticabile ed insieme pittoresca dando luogo alle suggestive

interpretazioni prima ro­mantiche e poi decadenti dei viaggiatori in Calabria lungo l’arco del sec. XIX.

 

1 GRIMALDI D., Piano di riforma per la pubblica economia delle province del regno di Napoli e per l’agricoltura delle Due Sicilie,

Napoli, 1780, in illuministi italiani, Torno V, Milano-Napoli, 1962, pp. 456-457.

2 Cfr. STUART J. WooLF, La storia politica e sociale, in Storia d’italia, Vol.3°, Dal primo Settecento all’unità, Milano, 1973,

pp.130-140.

3 Chi mai frattanto crederebbe che in mezzo di questa desi­derata felice rivoluzione, nell’atto che tutte le scienze e le belle arti si portano

al colmo delle perfezione nella capitale, sotto di un così giusto governo, secondato ‘dallo zelo indefessa d’un ministro così illuminato,

savio ed amico del bene comune l’agricoltura sola dovesse giacere nel regno, e specialmente nella Calabria, ignorata e negletta?...

La Calabria e le altre province del regno, per rap­porto all’agricoltura ed alla economia, trovansi nell’istesso stato d’inattività di prima . (GRIMALDI D., Saggio di economia campestre per la Calabria Ultra, in Domenico Grimaldi e la Calabria nel’700, a cura di D.

Luciano, Assisi - Roma, 1974, pp. 10-11).

4 GRIMALDI D., Saggio di economia campestre per la Calabria Ultra, cit., pp. 22-23.

5 Cfr. PLACANICA A., Uomini strutture economia in Calabria nei secoli XVI-XVIII, I, Demografia e società, Reggio Calabria,

1974,27 segg.

6 GRIMALDI D., Saggio di economia campestre per la Calabria Ultra, cit., pp. 17-18.

7 Sulle condizioni della Calabria in seguito ai terremoto del 1783 esiste una vasta letteratura. Cfr. la recente opera di ILARIO

PRINCIPE, Città nuove in Calabria nel tardo Settecento, Chiaravalle, 1976.

8 DURET (DE) TAVEL, Séjour d’un officier francais en Calabre ou lettres propres à faire connaitre l’etat ancien et moderne de la

Calabre, Paris, 1820, p. 41.

9 BRYDONE P., A tour through Sicily and Malta in a series of letters to William Beckford, London, 1774. Trad. italiana a cura di

V.Frosini, Milano, 1968, p. 37.

10 FERBER F. F., Lettres sur la mineralogie et sur le divers autres objects de l’histoire naturelle de l’italie,Strasburgo, 1776, p. 151.

11 ANONIMO INGLESE, A journal of a summer’s excursion by road of Montecassino to Naples and from thence over the all Southern

parts of Italy, Sicily and Malta, in the year 1772,London, 1772.

12 ISNARDI G., Stranieri ed Italiani in Calabria nell”800 e nel           primo ‘900, in Frontiera calabrese, Napoli 1965, p. 369.

13 Per notizie delle più importanti relazioni di studiosi italiani e stranieri contemporanei intorno al fenomeno cfr. TROMBETTA A.,

La Calabria del ‘700 nel giudizio dell’Europa, Napoli, 1976, pp. 171-225.

14 DESPUIG A., Varias Observaciones hechas en el terremoto aca­decido en la Calabria Ulterior, ano de 1783 in Tre relazioni inedite

 spagnole del 1700 a cura di Ferruccio Ramondino, Palma di Maiorca, 1943.

15 HAMILTON W., Relazione sull’ultimo terremoto delle Calabrie e della Sicilia, Firenze, 1783.

16 DE DOLOMIEU D., Memorie sopra i terremoti della Calabria, nell’anno 1783, Roma, 1784.

17 Il rifiuto espresso dal MOZZILLO (in Viaggiatori Stranieri nel Sud, Milano, 1964, p. 15) può trovare qualche giustificazione in

quan­to si riferisce a tutto il Mezzogiorno di cui faceva parte la città di Napoli che viveva, come l’autore stesso afferma, al ritmo dei

 tempi. Ma riferito specificamente alla Calabria il discorso cambia. Questa non solo si era fermata, ma — specie tra i due terribili

terremoti del 1638 e del 1763 — si era ulteriormente inselvatichita insieme con lo sconvolgimento e la degradazione del territorio.

18 MUNTER F., Nachrichten von Neapel und Sicilien, aus einer Reise in dein Jahren 1785 und 1788, Copenhagen. 1790, p. 504.

19 BARTELS G. E., Briefe ueber Kalabrien und Sizilien Reise von Neapel            bis Reggio in Kalabrien, Gottingen, 1787.

20 HILL B., Curiosità di un viaggio in Calabria e in Sicilia nel 1791, a cura di Rosanna Albani Berlunghieri, Reggio Calabria, 1974,p.13.

21 HILL B., Curiosità di un viaggio in Calabria e in Sicilia nel 1791, cit. pp. 90-91. Non influì a modificare tale definizione della

Cala­bria qualche viaggiatore come il polacco Bielinski (cifr. r. BILINSKI B., Francesco Bielinski: Un viaggiatore polacco a Napoli e

a Locri nel 1790-’91, in · Klearchos ~‘, Bollettino dell’Associazione Amici del Mu­seo. Nazionale di Reggio Calabria, A. X, 1868, n.

3740, pp. 13-38) a cui l’entusiasmo per la bellezza dei luoghi e il fascino del grande passato faceva minimizzare o del tutto ignorare

 i pericoli e le dif­ficoltà.

22 ISNARDI G., Stranieri e italiani in Calabria nell”800 e nel primò ‘900, cit. p. 369. Iohann Gottfried Seume, un viaggiatore tedesco

che in suo viag­gio in Italia nel 1802 visitò la Campania e la Sicilia guardandosi bene dal toccare la Calabria, dalle testimonianze di

compagni di viag­gio e di corrieri traeva questa immagine dell’estrema regione conti­nentale del Regno. “In Calabria deve regnare oggi un’anarchia generale, ed è naturale: non c’è educazione e quel briciolo di cristianesimo che esiste, così com’è inteso, è piuttosto una

 male­dizione dell’umanità" . (L’italia a piedi. Milano. 1973, p. 331).