La Calabria ancora
alla metà del ‘700 era “terra selvaggia”
e sconosciuta, esclusa da ogni
itinerario scientifico-esplorativo, commerciale e naturalmente
turistico.
La via usata per venire al Sud era quella marittima a
preferenza di quella terrestre che offriva difficoltà
di ogni genere.
Del resto la mancanza di cognizioni sul Regno delle Due Sicilie
da parte dei viaggiatori e degli stessi governanti non si limitava alla
sola Calabria ma, pur con qualche lieve differenza, si estendeva a tutto
il
territorio continentale ed isolano a sud di Napoli come
lamentavano vivamente gli illuministi dell’estremo
meridione specie per i riflessi negativi che questo determinava
sull’amministrazione dello Stato.
“ Se
tutto il regno di Napoli — scriveva ad esempio Domenico Grimaldi
1) intorno il 1780 —
consistesse nella
sola capitale e di lei vicinanze, al certo che di questi luoghi il
governo avrebbe cognizioni bastanti per regolarne l’amministrazione; ma
si tratta che toltone Napoli, e pochi
miglia
all’intorno, il resto del regno è, per così dire, ignoto per quelli
oggetti che più interessano
la pubblica
felicità. Noi non abbiamo sopra lo stato presente delle nostre provincie
che notizie
generali, confuse
ed inesatte... Per avere qualche piccolo lume, bisogna ricorrere alli
scrittori
stranieri, ed in
mezzo alle impertinenze e buggie, che scrivono sopra lo stato del
regno, leggere
qualche notizia
indigesta sopra le nostre produzioni intorno alle nostre arti, finanze e
commercio..
Se il vero stato
del regno fosse conosciuto, il governo avrebbe altro campo ed altre
facoltà per
impiegare le sue
provvide cure alla gloria ed alla felicità della nazione.”
Sono considerazioni espresse quando ancora il Grimaldi era
ottimista e disponibile verso il buon governo dei Borboni; negli anni
"felici ” di lunga pace e di ardite speranze. Non vi era certamente
alcun concreto e
legittimo motivo di ottimismo in una obiettiva situazione di
sottosviluppo e di crisi cronica nella quale versava
specie la Calabria. Ma, tant’è, in ogni condizione di infelicità
permanente ci sono fasi di maggiore e di mino-
re disperazione.
Gli illuministi meridionali in questi anni si rivolgevano tutti
con fiducia allo stato perché ponesse mano
ad adeguate riforme, poiché non c’era molto da sperare dal
privati che spesso non avevano adeguate risorse,
quasi sempre mancavano di volontà e non erano certo incoraggiati
dalle leggi antiquate e farraginose 2.
In effetti il Regno
delle Due Sicilie dal 1734, da quando cioè era passato sotto i Borboni,
fino alla fine
del secolo visse un periodo di
relativa pace, ed intorno al 1780 sembrò che le richieste dei
riformatori trovas-
sero accoglienza favorevole.
La stessa Calabria, pur nel suo isolamento ed abbandono,
attraversava un periodo di tregua dalle inva-
sioni barbaresche che l’avevano tormentata nel passato e
soprattutto dai terremoti che nei secoli precedenti l’avevano tante
volte devastata e spopolata.
C’era peraltro qualche speranza che i Borboni, dotati certamente
di buoni propositi, avviassero una
politica di interventi concreti ed organici. Ed a tal riguardo
anche gli illuministi calabresi non mancavano di
fare continue pressanti sollecitazioni.
Ma non bastava certo un periodo di relativa tregua per risollevare
una regione afflitta da mali endemici
che lunghi secoli bui, specie dal XII in poi, avevano aggravato
sempre più. Né le speranze di intervento da
parte del governo prendevano di anno in anno vera consistenza. La
Calabria nel contesto del regno rappre-
sentava certamente la regione più sconosciuta, malridotta ed
abbandonata.
Il Grimaldi perciò, pur qualificando "felice" la politica dei
Borboni, rimprovera vibratamente che essa
ignora la promozione dell’agricoltura ed è ristretta alla sola
Capitale, mentre la situazione economica e
sociale dell’estrema regione continentale del Regno si va
degradando specie in seguito alla terribile carestia
del 1764 3).
Le misere condizioni della Calabria erano anche determinate
dall’assoluto disinteresse del baronaggio
che risiedeva d’abitudine nella lontana Capitale del regno verso
la quale per altro migravano le più vili delle
forze intellettuali della regione in cerca di più ampio spazio
culturale e di attività più remunerativa.
« Sola la Calabria
giace nella vera inerzia » tuona ancora il Grimaldi rilevando,
fra l’altro, il grave
fenomeno dell’emigrazione intellettuale causata appunto da quell’inerzia.
«
Le
province, o almeno la Calabria, malgrado l’uniformità delle leggi, e
saviezza e tranquillità del
governo, è mancantissima di popolazione; le arti e l’economia campestre
si risentono tuttavia, come
osservai, dell’antica barbarie, e tanti felici talenti non trovando
dove applicarsi, corrono ad inondare il
foro
di Napoli,ad
eternare le liti, ed a vieppiù accrescere l’ignavia e miseria
4della
provincia »
Malgrado l’ottimismo di fondo
degli illuministi, la situazione della regione era venuta degradandosi
nei
secoli tanto da imporre terapie
radicali che i Borboni non erano certo in grado di praticare. Le
molteplici
dominazioni straniere le avevano
fatto toccare il fondo nel XVII secolo, quando alle vessazioni del
dominio
spagnolo si unirono, per
complesse e non casuali convergenze, il banditismo, gli assalti
barbareschi alle
coste, le pestilenze, le carestie
ed i cataclismi naturali.
In circa ottanta anni, dai 1561 al
1737, la popolazione calabrese, così provata, scese di oltre il 30%
5)
Le coste, vivi centri di civiltà
al tempo della Magna Grecia, a poco a poco abbandonate dagli abitanti
furono
per lo più invase dagli
acquitrini e dalla malaria, mentre i terreni collinari e pedemontani,
soggetti a conti-
nue alluvioni e non adeguatamente
coltivati, offrivano una misera resa produttiva. D’altra parte gli
insedi-
amenti umani, già costituitisi per
motivi di sicurezza sulle colline in luoghi in genere non accessibili,
consen-
tivano soltanto una forma
primitiva di economia agricolo-pastorale. Ogni attività commerciale era
assente
anche per l’assoluta mancanza di
vie di comunicazione. L’unica strada che attraversava la regione (quella
consolare romana fatta costruire da Anneus Rufus nel 128 a. C. da Napoli
a Reggio e chiamata Popilia o
Annea) alla fine del 1700 ora
ridotta quasi una mulattiera.
Il grande baronaggio,
colpito dalla grave crisi del secolo precedente, si presentava
notevolmente
indebolito anche se non ancora
deteneva la quasi totalità delle terre.
Le grandi casate dei
Filomarino, dei
Ruff o, dei Pignatelli, dei
Sanseverino reggevano ancora, ma non erano in grado di impedire
l’avanzata e l’inserimento nel sistema di un nuovo ceto borghese di
origine terriera e professionale che in seguito ebbe
un peso considerevole nella
storia della regione.
Questo ceto nel ‘700 non
realizzò certamente una autonoma
ed. individuata struttura (non la
realizzò pienamente neppure in seguito), ma da esso partirono i primi
vaghi
fremiti e le sole idee di un certo
rinnovamento.
In sostanza però il protagonista
della storia calabrese rimaneva ancora nel sec. XVIII il baronaggio
che, sebbene in crisi, riusciva
quasi sempre vittorioso nella lotta con la monarchia borbonica.
Le conseguenze negative della
crisi economica e di quella del baronaggio ricadevano in gran parte
sulle
plebi contadine che vivevano in
una squallida condizione di miseria e di ignoranza. Lo stesso
inserimento
della nuova borghesia nelle
attività agricole e commerciali mieteva vittime nel campo dei
lavoratori, specie in
quelli molto numerosi
dell’artigianato che subì una gravissima crisi. Le industrie, anche
tradizionalmente
attive come quella della seta,
continuarono a decadere.
Insomma le condizioni reali della
Calabria nel ‘700 erano veramente tristi.
Gli elementi positivi in tale
situazione — relativa tranquillità, disponibilità di validi
intellettuali a
collaborare con il governo,
timido costituirsi di una borghesia terriera agevolata dalla politica
antibaronale
dei Borboni, tregua dai sismi —
non erano certo molti; ma nella situazione generale in cui versava la
regione
erano tali da giustificare ancora
qualche fiducia in una possibile e progressiva ripresa.
Intellettuali locali, visitatori
italiani e soprattutto stranieri sono tutti concordi in questi anni che
con
una politica oculata si possono
realizzare risultati notevolissimi puntando su due elementi
incontestabili:
le qualità di ingegno e di
laboriosità dei Calabresi e la produttività della terra in relazione
alla bontà del
clima.
Il primo problema fondamentale è
di eliminare la grave piaga dell’ingiustizia sociale, il secondo
(strettamente connesso al primo)
è di programmare con adeguati interventi l’ammodernamento e lo sviluppo
dell’agricoltura.
“Siccome
— concludeva il Grimaldi —
sono
visibili i danni e le perdite che nel più bel paese
d’Italia vengono cagionati dalla sola ignoranza ed indolenza nazionale,
così trovandosi dei mezzi
pronti e facili come l’incoraggiare la nazione e di farle conoscere i
suoi veri in lei nascosti tesori, potrà
la
provincia nello spazio di pochi anni sperimentare una felice
rivoluzione nel trovarsi accresciuta di populazione, di coltura,
d’industria e di commercio
"
6
Ma proprio mentre sembrava che si
stessero ponendo le basi per avviare ad una fase positiva la
dimenticata Calabria, sopravvenne
il terribile terremoto del 1783 che degradò ulteriormente ed in modo
quasi irreversibile le condizioni
di gran parte della regione. 7
Si ebbe un pronto e concreto
intervento del governo centrale, ma necessariamente rivolto solo all’emer-
genza ed al parziale risanamento;
oioè di segno molto diverso da quello che si era invocato prima del
sisma.
Sicché per la Calabria si apri una
fase nuova di miseria e di lutti che culminò nell’età napoleonica
seguita da saccheggi e da repressioni da parte di briganti e di
eserciti.
Ai primi dell’800 la regione si
presentava più che mai come una squallida « isola » nell’interno stesso
del Regno delle Due Sicilie tanto
da fare esclamare ad un viaggiatore francese: “Quando
si pensa che la
Magna Grecia è
stato uno dei paesi del mondo più popolato e civilizzato e fertile, è
impossibile non deplorare
il destino di
queste contrade così belle, condannate da tanti secoli ad un graduale
continuo deperimento, sino
a divenire terre
mefitiche. I fiumi rendono ancora più desolati i campi che inondano, e
quando rientrano nel
loro letto lasciano
gore e paludi che infettano gran parte del paese e costringono gli
abitanti ad abbandonare
i loro
antichi stanziamenti” 8
Viaggiatori stranieri . in Calabria nella seconda metà. del ‘700
Dalla metà
del XVII secolo si acquisisce in Europa l’abitudine al
grand tour continentale destinato
all’educazione umanistica specie dei giovani dell’aristocrazia
inglese.
In tale tour l’Italia aveva parte rilevante; tuttavia al
Mezzogiorno erano riservate in genere non
più di due settimane generalmente
impiegate nella visita di Napoli e dei dintorni. Quasi nessuno si avven-
turava a Sud di Napoli e tanto
meno in Calabria che perciò prima della seconda metà del XVIII secolo
era
si può dire completamente
sconosciuta all’Europa.
I motivi della indisponibiità dei
viaggiatori a visitare l’estrema regione continentale d’Italia erano
ampiamente giustificati dalla sua
inaccessibiità per la mancanza di strade e per i pericoli e le
difficoltà di
vario genere. Le informazioni che
a riguardo ricevevano i viaggiatori anche più avventurosi che partivano
da Napoli verso il Sud erano tali
da scoraggiarli a seguire la via di terra.
Così ad esempio, il Brydone nel
1770, spinto a visitare il Sud della Sicilia proprio da Wllliam
Hamilton
e dalla moglie che l’anno
precedente avevano compiuto un « entusiasmante » viaggio nell’isola
(toccando
anche dai mare la
Calabria), venne dissuaso dagli
stessi suoi amici dal suo proposito di raggiungere l’isola
attraversando la Calabria.
“Abbiamo
appreso che i briganti della Calabria e delle Puglie rappresentano un
pericolo così grave,
gli alloggi sono
così miseri e gli inconvenienti di ogni genere così numerosi ... che
abbiamo rinunciato ben
presto a quell piano
» 9
“Anche il
mineralogista svedese Ferber, che visitò la Calabria nel 1772, scriveva:
“ Le strade poco
sicure, cattive e senza
alberghi fanno passare ai curiosi il desiderio di vedere questo paese”
10
Nello stesso
anno un anonimo inglese rilevava come la regione fosse isolata dal
resto del mondo per
cui i
calabresi erano «
brutali e selvaggi » e si
comportavano come
« tremendi
assassini »
11
C’era di che scoraggiare il più
audace dei viaggiatori, e particolare merito bisogna riconoscere a
quelli
che, nonostante queste
informazioni, si decidevano a visitare la Calabria.
Qualche anno prima del Ferber vi
era venuto nel 1767 il tedesco Riedesel, spinto però da interessi
archeologici. Riedesel infatti
apparteneva a quella schiera di intellettuali di tendenza neoclassica
la quale
nella seconda metà del XVIII
secolo si .era diffusa in Europa e particolarmente in Germania e che
aveva
come rappresentante tipico il
Winckelmann non per nulla amico dello stesso Riedesel del quale (nei
propositi) avrebbe dovuto essere compagno di viaggio nella Magna
Grecia.
Riedesel rappresentava un tipo di
viaggiatore nuovo e diverso sia rispetto a quello del naturalista che
in genere aveva dominato fino alla
metà del ‘700, sia a quello dell’illuminista enciclopedistico del grand
tour. Per lui il viaggio era
un’avventura dello spirito per ritrovare le vestigia del mondo classico
da rivivere
come ideale di pura ed
incontaminata bellezza.
Egli venne in Calabria con l’ansia
perfino ingenua di ritrovare le testimonianze del grande passato e
perciò toccò solo i centri della
civiltà della Magna Grecia. A Reggio però, oltre a qualche iscrizione
antica
maldestramente murata capovolta,
non trova altro segno del passato; ed allora si dirige via mare a Gerace
dove non rileva alcunché di
interessante escluso qualche rudere in superficie; quindi, dopo una
breve
diversione all’interno, si ferma
a Crotone dove con viva delusione annota di aver cercata senza trovarla
la
« cosidetta scuola di Pitagora ».
Infine, sempre più deluso, tocca Sibari rilevando l’assenza di ogni
testimonianza antica.
Al motivo scoraggiante della
impraticabiità e della pericolosità delle strade della Calabria si
aggiungeva, con la pubblicazione del diaro di Riedesel, quello
dell’assenza di testimonianze della antica civiltà grecoromana.
La nutrita schiera dei
neoclassistici veniva così ulteriormente dissuasa dal viaggio in
Calabria; e non
meraviglia certo che il Goethe,
che viaggiava col libro di Riedesel <sul petto », abbia nel 1787 «
saltato » la
Calabria e ne abbia solo da
lontano, fugacemente e con una certa antipatia, guardato le coste
trovandole
poco attraenti ».
Insomma divenivano sempre più
numerosi e gravi i motivi che escludevano la Calabria dagli itinerari
dei viaggiatori nel Sud e che
creavano una immagine sempre più selvaggia » e ripugnante della regione
e dei
suoi abitanti.
"Mancava alla
Calabria, oltre al richiamo di un aspetto classicamente artistico, anche
quello di un volto attraente di città e di paesi che i terremoti,
dall’età classica in poi, non avevano risparmiato, cancellandone
quasi
completamente il carattere urbanistico venuto su nell’età aragonese e
nella spagnola con architetture
di gusto
rinascimentale e barocco. Era anche mancata alla Calabria la formazione
di grossi centri di vita
signorile e
di cultura, quali aveva la Sicilia in Palermo e Catania, città regali o
di rappresentanza regale,
fastose ed
accoglienti nelle case della loro aristocrazia spesso intenditrice e
collezionista di arte.
Specialmente
dal terremoto del 1638 in poi la Calabria s’era immiserita e
inselvatichita racchiudendosi nelle
sue piccole
città appollaiate sui monti o sulle rupi dei suoi mari deserti, nei suoi
paesi senza strade, lontani e
sperduti »
12
Né valse molto a recuperare buona
”fama” alla regione la « scoperta » di una Calabria affascinante,
potenzialmente ricca, nobile di
storia e di tradizioni, umana ed infelice che seppero fare due
viaggiatori di
nazionalità e cultura diversa i
quali la percorsero quasi nello stesso periodo: l’inglese Swinburne
(1777-’78)
ed il francese Saint Non (1778).
Costoro, insieme al naturalista italiano Fortis (1780), furono gli
ultimi
viaggiatori che visitarono la
Calabria prima del tremendo terremoto del 1783.
Quando sembrava che si aprisse
anche per questa regione una prospettiva nuova anche riguardo alla
sua frequentazione da parte dei
viaggiatori stranieri, il terribile sisma venne a troncare ogni
speranza.
Il terremoto determinò, per la
prima volta, un vivo e diffuso interesse verso la Calabria, ma per
motivi
ben diversi da quelli che si
intravedevano nelle indicazioni di Swinburne o di Saint Non.
L’interesse fu puramente
scientifico e spinse a scendere in Calabria un gran numero di studiosi
che
stilarono relazioni più o meno
tecniche che hanno come tema unico ed esclusivo il sisma.
Si fece così un gran parlare di
questa infelice regione. Ne parlò il Cardinale Antonio Despuig
14) che
in viaggio per mare da Napoli in
Sicilia fu sorpreso dal terremoto il 5 febbraio mentre faceva tappa nel
porto
di Tropea; ne parlò con una
drammatica vivacità l’ambasciatore inglese a Napoli William Hamilton
15) ne
scrisse un’interessante memoria
Déodat De Dolomieu 16) scienziato
francese, che trascorse in Calabria i
mesi di febbraio e marzo del 1784
e rimase colpito, fra l’altro, dalla fertilità e dalla ricchezza della
regione.
Insomma la Calabria era salita
agli onori della cronaca europea ma non certo per motivi che potevano
attrarre quei viaggiatori che,
verso la fine del secolo, era no sempre più portati ad una diffusa
sensibilità
neoclassica e romantica.
La Calabria era un enorme ammasso
di macerie e la sua popolazione sempre più ridotta in miseria e
ricacciata verso una condizione
primitiva e selvaggia.
Si fa presto a rifiutare
perentoriamente, perché "tendensiosa
ed intimamente reazionaria” ogni
interpretazione storiografica del
Mezzogiorno di quegli anni come avulso dalla storia del progresso
civile,
come
“isola” di
una civiltà contadina immobile passiva ed astorica
17
Senza, ovviamente,
misconoscere la
“storicità "
intrinseca della vita dell’uomo in qualunque latitudine, tempo e
condizione viva, e senza peraltro
negare che spesso
l’isolamento del Sud è stato oggetto di ipotesi storiografiche
mistificatrici sollecitate da
interessi politici,
non ci sembra possibile non riconoscere, specie per quanto attiene alla
Calabria dei sec.
XVII. e XVIII, una sventurata
condizione di solitudine e di "assenza , di miseria e di immobilità che
finiva
per ridurre quasi a livello di
impercettibilità l’immancabile rapporto dialettico tra gli uomini e le
civiltà
I pochi viaggiatori che si
avventurano in Calabria nell’ultimo quindicennio del ‘700, mentre
continuano ad inneggiare alla
fertilità della terra ed alla bontà della natura, riportano
un’impressione
sconfortante per quanto riguarda
la condizione umana degli abitanti che
" la miseria.., ed il
giogo inumano
hanno reso ladri e
predoni "18
È questo un giudizio pieno peraltro di
comprensione storica ed umana di un
giovane tedesco poco più che
ventenne che, pervaso dallo spirito dello "Sturm und Drang”, visita il
Regno
delle Due Sicilie nello stesso
periodo del coetaneo Bartels. Quest’ultimo, di ingegno e di sensibilità
più
penetranti, comprende meglio
dell’amico il dramma ecologico e civile del Sud d’Italia
e scrive un’opera
19
che nel suo intento (di uomo di
esclusivi interessi politici) dovrebbe
scuotere l’Europa ignorante ed
indifferente a
questa tragedia umana.
Il cliché di una regione fertile, bella ma
povera e selvaggia si ripete
puntualmente fino alla monotonia
mentre diviene sempre più emergente il tema
del banditismo. Questo non
era mai mancato alla attenzione
dei viaggiatori degli anni precedenti; ma dall’ultimo decennio del
secolo in
poi diviene preponderante e spesso
ossessivo.
Tale è ad esempio nel diario
dell’inglese Brian Hill che, provenendo dalla Sicilia, attraversa nel
1791 la
Calabria seguendo la via Popilia
con la costante paura di finire vittima dei ”banditti”. Attraverso le
sue note
si può pienamente intendere quale
tipo di informazione veniva offerta in quegli anni all’Europa sulla
Calabria.
« La Calabria, regione che... per il clima e la fertilità e che per i
suoi panorami magnifici, foreste di
immensi castagni,
imponenti querce...
forse supera tut te le altre,
non offre alcuna comodità di sorta
al
viaggiatore
». Questi
anzi va incontro a gravi pericoli e disagi “specialmente
a causa delle bande di
« banditti »che
sono considerevolmente aumentate e divenute ancora più disperate dopo
il terribile terremoto
del 1783, a tal
punto che anche i baroni del luogo non osano allontanarsi per più di
mezzo miglio dalle loro
abitazioni senza
essere accompagnati da guardie armate
»20)
E quando Hill lascia la Calabria,
che pur per molti versi lo ha affascinato, non può fare a meno di
trarre un sospiro di sollievo. «
Stiamo ora
lasciando le due Calabrie così famose per i disperati banditi che
le popolano e
sicuramente la più selvaggia regione in tutta Europa. Tutti i
viaggiatori che abbiamo
incontrato erano
armati e i contadini camminavano in gruppo portando i fucili sulle
spalle... Tutto ciò
che avrebbe potuto
accadere mi convince, che la Divina Provvidenza ci ha assistito in ogni
passo e ci ha reso consapevoli: della-grandezza dei pericoli cui
andavamo incontro, cosicché potessimo essere ancor più grati
per esserne stati
liberati.»
21.
L’Europa acquisiva così un quadro
cupo e truce della Calabria che l’avventura napoleonica avrebbe
reso più fosco. La nutrita
diaristica degli ufficiali partecipanti ai primi dell'800 alle campagne
militari
francesi nel Sud osserverà infatti
la Calabria con l’ottica particolare dell’invasore armato e la
presenterà
«
come una piccola Spagna
leggittimista e ferocemente ostile allo straniero, un paese fanatico e
triste dai
costumi
primitivamente strani e pittorescamente selvatici.
Calabria:paese di briganti
»
Lo spirito avventuroso dei
militari, lo stile epistolare e non di rado romanzesco, il loro
prevalente
atteggiamento di animosità verso
quella popolazione chiusa ed ostile finiranno per completare la diffusa
convinzione di una Calabria terra impraticabile ed insieme pittoresca
dando luogo alle suggestive
interpretazioni prima romantiche
e poi decadenti dei viaggiatori in Calabria lungo l’arco del sec. XIX.